DAMNATIO

22 Ottobre 2021 Mario Adinolfi
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Il Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi

Il 21 ottobre 1998 giurava il governo guidato da Massimo D’Alema, unico comunista italiano riuscito a diventare premier nella secolare storia del Pci-Pds-Ds. Ovviamente ci riuscì con una manovra di palazzo, accoltellando il democristiano ulivista Romano Prodi che le elezioni del 1996 le aveva vinte, come d’altronde fu accoltellato dal “patto delle sardine” (D’Alema-Bossi-Buttiglione) colui che aveva vinto quelle del 1994, cioè Silvio Berlusconi, costretto a sloggiare da Palazzo Chigi per far posto al più manovrabile Lamberto Dini. Il governo D’Alema fu così orribile da essere assassinato dai suoi già nella primavera del 2000 (sostituito da Giuliano Amato), per poi essere travolto dal voto popolare alle elezioni politiche del 2001 che consegnarono a Silvio Berlusconi una maggioranza nettissima e cinque anni ininterrotti di governo, caratterizzati da un odio feroce verso il leader di Forza Italia ovviamente raccontato come “fascista”. È fascista per la sinistra ogni avversario che la batte o rischia di batterla (anche Bettino Craxi negli Anni Ottanta era quotidianamente disegnato su Repubblica in camicia nera). Nel 2006 la striminzitissima vittoria elettorale del carrozzone dell’Unione che univa da Clemente Mastella ai centri sociali antagonisti di Francesco Caruso diede a Romano Prodi la guida di un governo fragilissimo che infatti subito naufragò. Nel 2008 la sinistra straperse le elezioni ma riuscì a far saltare il governo Berlusconi prima minandolo blandendo Gianfranco Fini, poi installandosi in maggioranza con Mario Monti premier. La storia del Pd diventa così la storia di un partito che non vince mai le elezioni (nel 2013 e nel 2018 stesso canovaccio) ma sta sempre al governo. La cosiddetta seconda Repubblica ha questo leitmotiv: mai vincenti, sempre al potere. Questa è la damnatio degli eredi del Pci: non potranno mai vincere le elezioni in Italia con un loro uomo, questo Paese li rifiuta. Ma dicendo sempre che gli altri sono fascisti, agitando lo spauracchio di un eterno ritorno di un regime di cui loro stessi invece sono gli epigoni (leggere il ddl Zan per capirlo meglio), riescono a collocarsi sempre al centro delle dinamiche del potere dove ormai sono noti come i migliori garanti dei già garantiti, come i manutentori dello status quo, pronti a sacrificare ogni principio pur di imbullonarsi alla poltrona. Del governo D’Alema che giurò il 21 ottobre 1998 si ricorda, infatti, solo il bombardamento del Kosovo per farsi bello agli occhi degli odiati (a chiacchiere) “amerikani”. Domani vedremo quel che combineranno a Trieste, prevedo giornata di guai. Tipo il 20 luglio 2001 al G8 di Genova, ma allora la polizia che manganellava la gente inerme a terra era ovviamente una “polizia fascista”. È questo doppiopesismo, questo cinismo assoluto, questa incapacità di essere intellettualmente onesti e di giudicare fatti uguali con parole uguali, questo intollerabile trasformismo mistificatore piegato all’ossessione per il potere privo di ragioni nobili per il quale esercitarlo, che ha prodotto la mia rottura e il mio disgusto rispetto alla sinistra italiana. Più di un quarto di secolo di sotterfugi e di voltafaccia pur di stare al volante, l’avversario è sempre “fascista” e negli ultimi anni va di moda anche l’aggettivo aggiuntivo “omofobo”. L’Italia ha bisogno di una storia nuova. Sta per aprirsi e dovrà certamente fare a meno di una sinistra così.